vestito bucato copia Contamin/azioni: Paolina Borghese – polystyrene©

per un lungo tempo mi sono data un tono, indossando abiti d’ottimo taglio e qualità e scarpe acquistate nelle boutique; ma se mi osservavi con attenzione, dall’orlo della gonna un filo sottilissimo pendeva fino a terra mentre le scarpe mostravano una sofferenza intima, invisibile tra gli scintillii della vetrina del negozio; sul soprabito c’era una piccola macchia biancastra e bastarda che tentavo di nascondere sovrapponendo le mani mentre sedevo sul metrò; poi abbassavo gli occhi e questi incrociavano le stimmate – ancora oggi quando coltelli e forbici precipitano dall’alto offro i palmi delle mani per fermarne la caduta – così dalla vergogna le dita si ritraevano come ragni sotto la borsetta, ma la borsetta non era così splendida da mostrarla impudentemente senza coprirla almeno in parte con una mano o un braccio in un gesto distratto: la fascetta della tracolla era consumata nella parte terminale, da sembrare rosicchiata dai topi. Lentamente le spalle si chiudevano in avanti a farmi ombra e non mi accorgevo di somigliare alla vecchia mendicante accartocciata poco più in là.

venere stracci 4 copiaContamin/azioni: Vanitas + Venere degli stracci – polystyrene©

 

 

 

 

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Dovrà pure finire il deserto qui fuori; ma ci vogliono due gambe buone per attraversarlo e chissà se ci arrivi vivo nel punto dove la desolazione ha il suo termine. I velivoli tracciano la finestra ma non volano davvero: sono incollati sul cielo posticcio succedendosi obbedienti al loro orario ognuno col suo proprio ronzio; figurine bianche, grigie e azzurre, a due motori o quattro, a una o due eliche; ci sarà pure qualcosa dietro questo sfondo uniforme, oltre la luna e il sole nella loro eterna rivoluzione dal soggiorno al cesso; oltre le cortine altissime e il silenzio della carreggiata fatto di suoni vuoti: il dimesso frusciare del va e vieni, le parole ingoiate dal tramestio del ferro – ancora un poco e poi sarò a casa. Dove vanno a dormire i trenini dopo essere scesa alla mia fermata nell’ora stabilita? Cosa c’è oltre la muraglia delle tue spalle adorate che delimitano il letto?

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PLAY —> Airplane blues – Allen Ginsberg

Al compiersi del ventottesimo anno di permanenza nel tugurio eravamo come topi ciechi e quando ne uscimmo comprammo una casa con otto finestre.

Nella catacomba in affitto dove io venni al mondo le luci elettriche si accendevano al mattino per essere spente al momento di andare a dormire. Questo ci faceva perdere talvolta la cognizione del tempo, specie durante i risvegli repentini dal sonno, quando a occhi spalancati non riuscivi a capire se fosse mezzanotte o mezzogiorno.
Io dormivo nello sgabuzzino, sul piano superiore di un letto a castello che condividevo con mia sorella – non ci furono lotte per la supremazia poiché io amavo l’altitudine e lei gli anfratti, così vivevamo e dormivamo lì in perfetta armonia; le nostre teste allineate si trasmettevano i sogni con movimento ascendente e discendente: se io sognavo un viaggio per mare lei sognava un naufragio.
Lo sgabuzzino aveva una finestra protetta da rete metallica e sbarre e affacciava sulla tromba delle scale, dove un lume sudicio posto a illuminare il pianerottolo lasciava filtrare all’interno un riverbero dolce e oleoso che scongiurava il buio fitto.
Ero da poco diventata signorina col battesimo del rosso che il lume opaco venne sostituito con una moderna lampada al neon, le cui lame scintillanti di luce verdastra, attraversando la grata e le sbarre, investivano il mio letto e la fredda desolazione che ne risultava faceva di me un pezzo di carne  spalmata sulla parte illuminata della curvatura terrestre, facile preda di avvoltoi senza pietà attratti dal biancore e dal color di rosa:  il letto diventava un tavolo operatorio e sopra di me i medici scuotevano sconsolati le loro teste cinte da lampade da minatori. Nelle notti insonni davo luogo al sabotaggio: arrampicata su una scala, smontavo la lampada e incartavo la barra luminosa in un foglio d’alluminio. Entro un paio di giorni sarebbe arrivato il Manutentore a rimuovere il foglio che io la notte dopo avrei reinserito. Ogni volta lo sentivo bestemmiare mentre scartocciava la lampada, finchè non mi presentai coraggiosamente sul pianerottolo e venni con lui ad un accordo: la lampada sarebbe stata schermata per metà.

Attraverso i decenni che trascorremmo in via della Luce numero 27, moltitudini silenziose s’erano fatte strada negli scheletri del centro storico fatiscente, percorrendo i tubi di scarico, rosicchiando muri e scavando sotto le piastrelle: gli immobiliaristi e gli scarafaggi.
Fu quando il nostro sfratto divenne esecutivo che essi aprirono la breccia nel muro e uscirono allo scoperto – forse più per salutarci che per inorridirci.
Non è che per disgrazia, se gode il pover’uomo – diceva mia madre. Così, grazie alla crisi che aveva reso i ricchi un po’ più poveri, potemmo comprare una casa con otto finestre, le quali ci abbagliarono talmente che ne uccidemmo una con un armadio.

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Poi il sole è venuto fuori e tale era lo sfavillìo che per crederlo vero ho dovuto fingere fosse un sogno. A quattro zampe ho iniziato a salire le scale verso la porticina aperta, dapprima a occhi chiusi, poi dischiusi appena inondati di rosso sotto le palpebre; e avvicinandomi in altezza al muro dell’abbaino,  l’umidità  si faceva tangibile e odorava di lumache e di cantina; così, via via che salivo, scendevo.

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Sognando un terrazzo sovrastante – polystyrene©

La casa dove sono agli arresti domiciliari è senza suono e senza vista, se si escludono gli ammennicoli del terrazzo sovrastante. Non potevo trovare casa migliore per convivere col fastidioso morbo che da anni affligge le mie orecchie e i miei occhi, del quale i medici non hanno saputo fare diagnosi esatte né prescrivere cure.
Gran parte del mio tempo lo impiego a leggere gli annunci di immobili in vendita. Trascorro ore dolcissime in altre stanze, tra ristrutturazioni ardite, su altri terrazzi, dentro cessi sorprendenti per magnificenza costruiti in veranda: perfette bolle di cristallo per avere la sensazione di cacare nell’immensità, tra piante carnivore con i loro testicoli digradanti in rosso a penzolare dall’alto; e sulle vetrate rampicanti tropicali, bromelie, orchidee…

Lei ha un terrazzo, ho capito bene?

Fa ancora freddo. Quando verrà il bel tempo, salirò su e mi metterò all’ombra della pergola. O di un ombrellone. Dovrò procurarmi l’una o l’altro. Quando sarà – e io non vedo l’ora – quando sarà rovente ogni cosa e il sole di mezzogiorno avrà disseccato tutto questo marciume, voglio salire sul terrazzo e ripararmi all’ombra fumando uno spinello, mentre le galline ferme attorno ai roghi accesi nei campi sventoleranno scioccamente le ali per rinfrescarsi, anzichè spostarsi un po’ più in là.

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