Al compiersi del ventottesimo anno di permanenza nel tugurio eravamo come topi ciechi e quando ne uscimmo comprammo una casa con otto finestre.
Nella catacomba in affitto dove io venni al mondo le luci elettriche si accendevano al mattino per essere spente al momento di andare a dormire. Questo ci faceva perdere talvolta la cognizione del tempo, specie durante i risvegli repentini dal sonno, quando a occhi spalancati non riuscivi a capire se fosse mezzanotte o mezzogiorno.
Io dormivo nello sgabuzzino, sul piano superiore di un letto a castello che condividevo con mia sorella – non ci furono lotte per la supremazia poiché io amavo l’altitudine e lei gli anfratti, così vivevamo e dormivamo lì in perfetta armonia; le nostre teste allineate si trasmettevano i sogni con movimento ascendente e discendente: se io sognavo un viaggio per mare lei sognava un naufragio.
Lo sgabuzzino aveva una finestra protetta da rete metallica e sbarre e affacciava sulla tromba delle scale, dove un lume sudicio posto a illuminare il pianerottolo lasciava filtrare all’interno un riverbero dolce e oleoso che scongiurava il buio fitto.
Ero da poco diventata signorina col battesimo del rosso che il lume opaco venne sostituito con una moderna lampada al neon, le cui lame scintillanti di luce verdastra, attraversando la grata e le sbarre, investivano il mio letto e la fredda desolazione che ne risultava faceva di me un pezzo di carne spalmata sulla parte illuminata della curvatura terrestre, facile preda di avvoltoi senza pietà attratti dal biancore e dal color di rosa: il letto diventava un tavolo operatorio e sopra di me i medici scuotevano sconsolati le loro teste cinte da lampade da minatori. Nelle notti insonni davo luogo al sabotaggio: arrampicata su una scala, smontavo la lampada e incartavo la barra luminosa in un foglio d’alluminio. Entro un paio di giorni sarebbe arrivato il Manutentore a rimuovere il foglio che io la notte dopo avrei reinserito. Ogni volta lo sentivo bestemmiare mentre scartocciava la lampada, finchè non mi presentai coraggiosamente sul pianerottolo e venni con lui ad un accordo: la lampada sarebbe stata schermata per metà.
Attraverso i decenni che trascorremmo in via della Luce numero 27, moltitudini silenziose s’erano fatte strada negli scheletri del centro storico fatiscente, percorrendo i tubi di scarico, rosicchiando muri e scavando sotto le piastrelle: gli immobiliaristi e gli scarafaggi.
Fu quando il nostro sfratto divenne esecutivo che essi aprirono la breccia nel muro e uscirono allo scoperto – forse più per salutarci che per inorridirci.
Non è che per disgrazia, se gode il pover’uomo – diceva mia madre. Così, grazie alla crisi che aveva reso i ricchi un po’ più poveri, potemmo comprare una casa con otto finestre, le quali ci abbagliarono talmente che ne uccidemmo una con un armadio.
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